giovedì 28 maggio 2009

contributi per il terremoto

L'interessante spunto di Pierluigi Giammaria mi induce a fare qualche considerazione (sommaria) di ordine generale.
Le Entrate Statali sono costituite, almeno per la gran parte, dalle tasse e dalle imposte che ogni cittadino versa , spesso in forma anche nascosta.
Lo "stato sociale" ha (avrebbe) il compito di redistribuire la ricchezza, in maniera tale da assicurare ai meno abbienti tutele reddituali, previdenziali, sanitarie etc. Ciò che ognuno di noi versa, in piccola parte deve essere destinato ad un Fondo Assistenza, che deve essere utilizzato per elargire contributi nei casi di necessità (ad esempio calamità naturali). Lo stesso principio vale per le nostre Casse di Previdenza: i contributi annuali degli iscritti comprendono una parte destinata alla previdenza (pensioni di anzianità e vecchiaia) ed una parte, minore, destinata all'assistenza (copertura eventi vari, ad esempio infortuni, invalidità, calamità naturali). Un buon amministratore (?) dovrebbe tener conto dei rischi potenziali ed accantonare una parte del reddito nei Fondi Rischi generici, quali quello assistenziale; spesso, però tutte le entrate vengono assorbite dalle spese (quasi sempre improduttive e, francamente, in gran parte evitabili o almeno riducibili) e nulla resta per gli accantonamenti. Al momento del bisogno (esempio, 6/4/2009, sisma L'Aquila) ci si sente dire dai nostri amministratori (statali, locali, casse previdenza etc.) che "non ci sono risorse sufficienti" ; il cittadino, anzichè indignarsi e chiedere per quale motivo non ci siano le risorse, ne prende atto e con rassegnazione accetta le briciole che il potente di turno distribuisce secondo i propri interessi (elettorali, d'immagine, di comodo etc.) . Ecco, io ritengo che sia il momento di indignarsi e di pretendere ciò che ci è, almeno in massima parte, dovuto, perchè i contributi che lo stato dovrebbe erogare per la ricostruzione altro non sono che soldi che ciascuno di noi ha già versato secondo il principio (scarsamente e malamente applicato, di capacità contributiva) ; la erogazione dei contributi è anche una forma di redistribuzione della ricchezza, perchè dovrebbe colmare differenze reddituali più o meno accentuate. Non ritengo corretto (sotto il profilo economico) differenziare la gestione delle risorse tra la ricostruzione delle abitazioni e il riavvio delle attività produttive e professionali;
il patrimonio di un cittadino è costituito da attività immobiliari e mobiliari (titoli, depositi etc.), così come quello delle imprese (immobili, scorte, attrezzature); entrambi vengono alimentati dai flussi economici (redditi dei cittadini e utili delle imprese) che vengono in buona parte utilizzati , in una gestione non improduttiva e "corretta" sotto il profilo sociale, a ricostituire il patrimonio (soggetto a deperimento tecnico e economico) e ad assicurarne la manutenzione ordinaria e straordinaria. Privare le imprese di una qualsiasi forma di tutela , in caso di accadimenti di questo tipo, vorrebbe dire eliminare dal tessuto produttivo quelle minori, familiari, sottocapitalizzate, che spesso sono proprio quelle che generano ricchezza, occupazione, innovazione e che non sono ammesse ai benefici spettanti alle imprese medio-grandi le quali , con il ricatto sociale della perdita dei posti di lavoro, riescono ad avere regali a carico dell'erario (vedasi ciò che sta accadendo negli USA con il salvataggio di grandi società decotte ): privatizzazione dei guadagni e socializzazione delle perdite. L'eliminazione delle piccole imprese e degli studi professionali rappresenta anche un danno per la ricchezza nazionale e locale : meno tasse, meno posti di lavoro, dispersione di patrimoni importantissimi (marchi e prodotti locali, innovazione, intelligenza, piccolo artigianato), distruzione della capacità di far fronte agli impegni finanziari assunti prima dell'evento calamitoso (soprattutto nei confronti di banche locali). Il mercato occupato da queste imprese fino al 5 aprile diventerebbe terra di conquista di imprese medio-grandi , il cui avvento determinerebbe: la distruzione totale della capacità di ricostruire il tessuto produttivo del centro storico, la nascita di altri centri commerciali, la scomparsa di prodotti tipici, del piccolo artigianato e degli studi professionali . La proposta da me avanzata su una possibile forma di finanziamento della ricostruzione cerca (non so se con successo) di tener conto di queste problematiche e di far sì che il contributo venga erogato in quantità più o meno standard (secondo un prezzario regionale degli appalti) e nei limiti di una certa dimensione degli immobili ( 120 mq) , in modo tale da assicurare, indirettamente, una redistribuzione di ricchezza e una ricostruzione almeno delle condizioni minime di sopravvivenza. Tale proposta è dettata soprattutto dalla circostanza, ormai nota a tutti, della esiguità delle risorse.
La questione della zona franca si innesta sulla più vasta problematica della ricostruzione finora analizzata. Una zona franca generalizzata determinerebbe l'avvento di grandi imprese, attratte dal solo motivo di riduzione del peso fiscale, le quali, come già successo in passato (L. 64/86) ed in altre zone, andrebbero via una volta terminato il periodo di esenzione, lasciando morti e feriti.
Il solo motivo di riduzione fiscale, non accompagnato da una riconversione del territorio, dalla nascita di infrastrutture e da centri di ricerca, non può far nascere e permanere un tessuto economico di un certo rilievo.
La zona franca, invece, può servire a far rinascere e progredire i settori economici adatti alla nostra realtà locale, indirizzando anche lo sviluppo futuro in modo diverso da quello scriteriato finora seguito dai nostri amministratori; a tale scopo, forme di esenzione potrebbero essere previste per alcuni settori ed attività.

Gianni

lunedì 25 maggio 2009

La proposta da me indicata nell’ultima colonna a destra del prospetto, potrebbe essere così articolata :

il tecnico redige la perizia dei danni (con adeguamento degli edifici al rischio sismico), e compila il capitolato dei lavori secondo il prezzario regionale ;
il capitolato redatto dal tecnico viene controllato e vistato da un Revisore contabile e da un funzionario pubblico;
il contributo viene versato direttamente all’impresa esecutrice dei lavori secondo stati di avanzamento redatti dal direttore dei lavori, vistati dal Revisore
per i condomini, l’amministratore di condominio deve attestare, in calce allo stato d’avanzamento, di avere le risorse finanziarie sufficienti alla liquidazione del credito maturato dall’impresa, per la parte non coperta da contributo statale; lo stato d’avanzamento, redatto dal direttore dei lavori, viene vistato dal Revisore, il quale deve verificare anche l’attestazione dell’amministratore;
la legge prevede gli onorari massimi per progettisti, direttori dei lavori e revisori, secondo scaglioni di importi
il tecnico ed il direttore dei lavori vengono nominati dal proprietario o, in caso di condominio, dall’amministratore, mentre il revisore viene indicato dall’ordine professionale, in modo tale da assicurare la rotazione degli incarichi; tutti i professionisti , compresi gli amministratori di condominio, devono stipulare assicurazione per rischio professionale per un massimale adeguato, durata decennale
per i centri storici, gli amministratori dei consorzi obbligatori provvedono a tutti gli adempimenti previsti per gli amministratori condominiali;
i danni ai beni mobili delle attività produttive vengono valutati da professionisti, che redigono le perizie asseverate con giuramento.
La copertura finanziaria dei contributi necessari potrebbe essere assicurata mediante un mix di interventi (tassa di scopo, emissione di titoli pubblici di durata poliennale - “Tremonti sisma” - , finanziamenti comunitari e internazionali, adozione di monumenti da parte di altri Stati

Personalmente ritengo che tutto il dibattito sulla zona franca urbana serva soltanto a distogliere l’attenzione dal vero problema del nostro terremoto; la nostra città, anche sotto il profilo elettorale, conta pochissimo e, quindi, le risorse per essa disponibili sono poche (nonostante le parole ed i tanti proclami televisivi)
Le aziende e gli studi hanno perso gran parte del loro patrimonio (immobili, attrezzature, scorte, avviamento, clientela); dovendo scegliere (visto che i fondi non sono illimitati) sarebbe molto più utile erogare contributi a fondo perduto per ricostituire ciò che è stato danneggiato dal sisma piuttosto che introdurre detassazione di utili che, allo stato in cui si trova attualmente tutto il tessuto economico, non verrebbero mai conseguiti
La zona franca potrebbe invece servire ad indirizzare lo sviluppo economico-sociale della nostra città, prevedendo sgravi , anche fiscali, solo per alcuni settori economici, allo scopo di evitare quelle forme di saccheggio e di elusione cui abbiamo assistito in passato
I settori su cui puntare, a mio modo di vedere, sono quello turistico, quello universitario, quello ambientale (riciclaggio e smaltimento di rifiuti, produzione energie alternative)
Il sisma può essere anche un’occasione di sviluppo di un settore che, per ciò che abbiamo imparato a nostre spese, è cruciale per tutta l’Italia ; studio del territorio, indagini geologiche, valutazione del rischio sismico, studio degli effetti del terremoto, applicazione nel settore edilizio per garantire maggiore sicurezza
Penso che prima della conversione in legge del decreto 39 abbiamo il dovere di tentare di far modificare l’impianto legislativo; dopo la conversione, sarebbe tutto più difficile
Per far ciò, dobbiamo agire subito in più direzioni; fare proposte serie e credibili, coinvolgere i parlamentari aquilani, organizzare manifestazioni ed assemblee pubbliche che abbiano risonanza nazionale, indire conferenze-stampa, inserzioni su giornali e su siti d’informazione internet

gianni leonio