L'interessante spunto di Pierluigi Giammaria mi induce a fare qualche considerazione (sommaria) di ordine generale.
Le Entrate Statali sono costituite, almeno per la gran parte, dalle tasse e dalle imposte che ogni cittadino versa , spesso in forma anche nascosta.
Lo "stato sociale" ha (avrebbe) il compito di redistribuire la ricchezza, in maniera tale da assicurare ai meno abbienti tutele reddituali, previdenziali, sanitarie etc. Ciò che ognuno di noi versa, in piccola parte deve essere destinato ad un Fondo Assistenza, che deve essere utilizzato per elargire contributi nei casi di necessità (ad esempio calamità naturali). Lo stesso principio vale per le nostre Casse di Previdenza: i contributi annuali degli iscritti comprendono una parte destinata alla previdenza (pensioni di anzianità e vecchiaia) ed una parte, minore, destinata all'assistenza (copertura eventi vari, ad esempio infortuni, invalidità, calamità naturali). Un buon amministratore (?) dovrebbe tener conto dei rischi potenziali ed accantonare una parte del reddito nei Fondi Rischi generici, quali quello assistenziale; spesso, però tutte le entrate vengono assorbite dalle spese (quasi sempre improduttive e, francamente, in gran parte evitabili o almeno riducibili) e nulla resta per gli accantonamenti. Al momento del bisogno (esempio, 6/4/2009, sisma L'Aquila) ci si sente dire dai nostri amministratori (statali, locali, casse previdenza etc.) che "non ci sono risorse sufficienti" ; il cittadino, anzichè indignarsi e chiedere per quale motivo non ci siano le risorse, ne prende atto e con rassegnazione accetta le briciole che il potente di turno distribuisce secondo i propri interessi (elettorali, d'immagine, di comodo etc.) . Ecco, io ritengo che sia il momento di indignarsi e di pretendere ciò che ci è, almeno in massima parte, dovuto, perchè i contributi che lo stato dovrebbe erogare per la ricostruzione altro non sono che soldi che ciascuno di noi ha già versato secondo il principio (scarsamente e malamente applicato, di capacità contributiva) ; la erogazione dei contributi è anche una forma di redistribuzione della ricchezza, perchè dovrebbe colmare differenze reddituali più o meno accentuate. Non ritengo corretto (sotto il profilo economico) differenziare la gestione delle risorse tra la ricostruzione delle abitazioni e il riavvio delle attività produttive e professionali;
il patrimonio di un cittadino è costituito da attività immobiliari e mobiliari (titoli, depositi etc.), così come quello delle imprese (immobili, scorte, attrezzature); entrambi vengono alimentati dai flussi economici (redditi dei cittadini e utili delle imprese) che vengono in buona parte utilizzati , in una gestione non improduttiva e "corretta" sotto il profilo sociale, a ricostituire il patrimonio (soggetto a deperimento tecnico e economico) e ad assicurarne la manutenzione ordinaria e straordinaria. Privare le imprese di una qualsiasi forma di tutela , in caso di accadimenti di questo tipo, vorrebbe dire eliminare dal tessuto produttivo quelle minori, familiari, sottocapitalizzate, che spesso sono proprio quelle che generano ricchezza, occupazione, innovazione e che non sono ammesse ai benefici spettanti alle imprese medio-grandi le quali , con il ricatto sociale della perdita dei posti di lavoro, riescono ad avere regali a carico dell'erario (vedasi ciò che sta accadendo negli USA con il salvataggio di grandi società decotte ): privatizzazione dei guadagni e socializzazione delle perdite. L'eliminazione delle piccole imprese e degli studi professionali rappresenta anche un danno per la ricchezza nazionale e locale : meno tasse, meno posti di lavoro, dispersione di patrimoni importantissimi (marchi e prodotti locali, innovazione, intelligenza, piccolo artigianato), distruzione della capacità di far fronte agli impegni finanziari assunti prima dell'evento calamitoso (soprattutto nei confronti di banche locali). Il mercato occupato da queste imprese fino al 5 aprile diventerebbe terra di conquista di imprese medio-grandi , il cui avvento determinerebbe: la distruzione totale della capacità di ricostruire il tessuto produttivo del centro storico, la nascita di altri centri commerciali, la scomparsa di prodotti tipici, del piccolo artigianato e degli studi professionali . La proposta da me avanzata su una possibile forma di finanziamento della ricostruzione cerca (non so se con successo) di tener conto di queste problematiche e di far sì che il contributo venga erogato in quantità più o meno standard (secondo un prezzario regionale degli appalti) e nei limiti di una certa dimensione degli immobili ( 120 mq) , in modo tale da assicurare, indirettamente, una redistribuzione di ricchezza e una ricostruzione almeno delle condizioni minime di sopravvivenza. Tale proposta è dettata soprattutto dalla circostanza, ormai nota a tutti, della esiguità delle risorse.
La questione della zona franca si innesta sulla più vasta problematica della ricostruzione finora analizzata. Una zona franca generalizzata determinerebbe l'avvento di grandi imprese, attratte dal solo motivo di riduzione del peso fiscale, le quali, come già successo in passato (L. 64/86) ed in altre zone, andrebbero via una volta terminato il periodo di esenzione, lasciando morti e feriti.
Il solo motivo di riduzione fiscale, non accompagnato da una riconversione del territorio, dalla nascita di infrastrutture e da centri di ricerca, non può far nascere e permanere un tessuto economico di un certo rilievo.
La zona franca, invece, può servire a far rinascere e progredire i settori economici adatti alla nostra realtà locale, indirizzando anche lo sviluppo futuro in modo diverso da quello scriteriato finora seguito dai nostri amministratori; a tale scopo, forme di esenzione potrebbero essere previste per alcuni settori ed attività.
Gianni
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Credo
RispondiEliminaOk, mi sembra il caso di inziare a tradurre in termini legislativi quanto stà emergendo:
RispondiElimina1. quanto alla zona franca, seguendo le indicazioni di Gianni e Pierluigi, occorre proporre che la stessa venga circoscritta ai 49 comuni del cratere ed alle attività ivi già esistenti alla data del 6.4 (quindi elidere dal co.1-bis dell'art.10 le parole "...della Provincia di L'Aquila e..."); quindi limitare l'applicazione alle new entry solo nei settori ritenuti strategici per lo sviluppo della città; a quelli indicati da Gianni aggiungerei la ricerca.
2. mi sembrerebbe altresì opportuno richiedere che tra i criteri di individuazione delle aree per la localizzazione del progeto C.A.S.E. sia previsto quello della riutilizzabilità a dismissione da parte degli sfollati e la compatibilità con la previsione di sviluppo urbanistico della città.
3. inserimento della copertura all'80%, anche con credito di imposta, della riparazione della seconda casa (in proposito rinvengo un ANSA in cui Tremonti avrebbe affermato a Porta a Porta che stanno "pendando" ad un simile criterio).
4. Predeterminazione, già in decerto,, anche della quantità di indennizzi spettanti alle imprese, secondo canovaccio Gianni.
5. Allocamento di un fondo e di un progetto sul modello C.A.S.E. che preveda la costruzione, all'interno di C.A.S.E., anche di locali commerciali destinati a tali residenti.
6. Introduzione di misure di defiscalizzazione su carburanti e telefonia mobile.